l’omicidio di Charlie Kirk e la propaganda di casa nostra

Condanno senza riserve l’assassinio di Charlie Kirk. Un uomo è stato ucciso mentre parlava in pubblico: questo è un crimine che riguarda tutti, prima ancora della battaglia delle idee. I fatti — per una volta semplici — dicono che Kirk è stato colpito a morte durante un evento alla Utah Valley University; il sospetto, il 22enne Tyler Robinson, è in custodia e non collabora con gli inquirenti, mentre il governatore dello Utah invita a non saltare a conclusioni sul movente. Sono giorni in cui la cronaca procede più veloce dei commenti, e proprio per questo bisognerebbe pesare le parole.

Detto questo: io non condividevo le sue idee. La mia bussola politica punta altrove e continuerà a farlo. Ma la distanza ideologica non attenua la condanna; semmai la rafforza, perché l’unico modo adulto di difendere la democrazia è proteggere lo spazio del dissenso — anche quando a parlare è qualcuno che non voteremmo mai. L’alternativa è la giungla, dove la forza sostituisce l’argomentazione.

Eppure, a migliaia di chilometri dal luogo del delitto, il nostro dibattito ha già compiuto il salto mortale: trasformare una tragedia americana in materiale per la campagna permanente italiana. In poche ore, alcuni esponenti della maggioranza hanno usato la morte di Kirk per alimentare il solito frame: “la sinistra” come fabbrica d’odio, l’ennesima emergenza da agitare. Non è analisi, è ingegneria emotiva. Basti scorrere certe prese di posizione per capire come il lutto venga piegato alla logica dell’arruolamento. Non si tratta di negare la violenza politica — che esiste e va respinta da chiunque — ma di rifiutare l’uso opportunistico del sangue altrui per battere il tamburo di sempre.

Qui il punto sollevato da Alessandro Orsini merita attenzione: l’Italia non è gli Stati Uniti, e importarci la loro “guerra culturale” come se fossimo lo stesso Paese è un’operazione ideologica, non un’analisi. Negli USA circolano più armi che argomenti, e la combinazione con l’ecosistema dei social produce una miscela esplosiva che non ha equivalenti strutturali da noi. Legare meccanicamente il nostro dibattito alla loro dinamica significa raccontare una favola utile al consenso, non alla comprensione.

C’è poi una verità scomoda che conviene ammettere: in Italia quasi nessuno sapeva chi fosse Charlie Kirk prima della sua morte. È entrato nel lessico dei talk show dopo il colpo di fucile, spinto dall’onda dell’emozione e dalle clip che macinano visualizzazioni. La sua notorietà è postuma, e questa postumità è diventata subito un moltiplicatore di narrazioni. Non è un’accusa a chi informa — è la constatazione di come funziona il ciclo mediale quando incontra la propaganda: si cavalca l’onda, si ritaglia un nemico, si chiude la pratica prima che i fatti siano chiari. Nel frattempo, gli stessi che chiedono “unità contro l’odio” continuano a usare ogni pretesto per colpire l’opposizione, anziché lavorare sui dossier che contano.

Se davvero volessimo onorare la memoria di un uomo ucciso per ciò che rappresentava, faremmo una cosa semplice e difficilissima: smetteremmo di usarlo. Condanna netta, lutto sobrio, indagine rigorosa. E poi, qui da noi, testa bassa sui problemi reali: salari, sanità territoriale, scuola, sicurezza sul lavoro, giustizia che funziona. Invece assistiamo all’ennesima trasfigurazione: l’America come specchio deformante in cui guardare i nostri rancori, la tragedia come megafono, l’avversario come alibi. Così la politica diventa una liturgia di indignazioni utili ma sterili, e il Paese resta al palo.

Non mi piaceva ciò che Kirk diceva; mi piace ancor meno che la sua morte diventi un randello retorico. La democrazia si difende proteggendo anche la parola che non sopportiamo — e ricordando che ogni minuto speso a fabbricare nemici è un minuto sottratto a risolvere i problemi che ci tolgono fiato ogni giorno.

Alla prossima. Federico.

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