Quando Pirandello ci aveva predetto il futuro e noi non lo sapevamo.

In un mondo sempre più connesso e dominato dalla presenza pervasiva di internet, ho riflettuto criticamente sulla natura della vita digitale e sul suo impatto sulla nostra percezione della realtà. Internet non è la vita vera e chi desidera viverla digitalmente, non ha capito che chi osserva potrebbe smascherarlo o lodarlo; molto spesso accade la seconda cosa, senza rendersi conto che quella non è la vita reale, proprio come negli anni ’90 ci dicevano che la vita non è un film. Io, invece, non mi riconosco più in questa realtà. Voglio una vita vera, e ciò che penso sottolinea un sentimento di disillusione e disconnessione che molti stanno iniziando a provare nei confronti del mondo virtuale.
Internet, con i suoi social media e piattaforme digitali, offre una finestra su una realtà filtrata e spesso idealizzata. Le immagini perfette, le vite apparentemente senza problemi e i successi ostentati creano una narrazione che può risultare tanto affascinante quanto fuorviante. Molti si ritrovano a confrontarsi con queste versioni edulcorate della realtà, sentendosi spesso inadeguati o invidiosi di ciò che vedono. Tuttavia, questa rappresentazione non è la vita vera. È una selezione curata di momenti e successi che non rispecchiano le complessità e le sfide quotidiane.
La vita vera esiste al di fuori dello smartphone. Chi vive esclusivamente attraverso internet potrebbe non rendersi conto della profondità delle esperienze umane che si perdono in questo processo. Le emozioni, le relazioni autentiche e le esperienze sensoriali non possono essere completamente catturate o sostituite dal mondo digitale.
Chi osserva questa realtà online da fuori, spesso con stupore o invidia, può rimanere intrappolato in un ciclo di ammirazione e desiderio, senza riconoscere che la vera ricchezza della vita risiede nelle esperienze dirette e genuine.
Ammetto di utilizzare i social, ma so benissimo la differenza tra reale e virtuale. Sia chiaro, non sto giudicando nessuno, voglio solo lanciare un monito. Manifestare il fatto di non riconoscermi in una vita digitale è qualcosa che vorrei che capissero tutti, senza dover pagare le conseguenze di qualcosa di grave. Questo sentimento non è solo un invito a riconsiderare il nostro rapporto con la tecnologia e a ristabilire un equilibrio tra il mondo digitale e quello reale; è un richiamo a riscoprire il valore delle interazioni faccia a faccia, delle esperienze vissute in prima persona e delle emozioni condivise senza l’intermediazione di uno schermo. È anche un invito a comprendere che quando si posta qualcosa, c’è un’interpretazione dall’altra parte: chi guarda potrebbe invidiarci, elogiarci o farsi un’idea buona o cattiva di noi.
Questa riflessione sulla vita digitale trova un eco interessante nel romanzo di Luigi Pirandello, “Quaderni di Serafino Gubbio operatore”. Nel libro, il protagonista Serafino Gubbio è un cameraman che osserva la realtà attraverso la lente della sua cinepresa, diventando uno spettatore passivo della vita che filma. Gubbio rappresenta una metafora perfetta per l’utente dei social media di oggi: entrambi sono distanti osservatori, catturando e trasmettendo frammenti di realtà senza esserne veramente parte.
Pirandello esplora temi come l’alienazione e la disumanizzazione derivanti dalla tecnologia, temi che risuonano fortemente nel contesto odierno. Proprio come Gubbio si sente disconnesso dalla vita che osserva, molti di noi possono sentirsi alienati dalla vita reale a causa dell’immersione costante nel mondo virtuale.
Ecco la mia realtà: la letteratura. Quella non ha mai sbagliato; aveva già previsto come saremmo potuti diventare.
Alla prossima. Federico.

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