Cosa si prova davvero dopo aver perso una persona cara?

Il lutto. Cosa si prova davvero quando si perde una persona cara? Ho chiesto all’antropologia.

Il lutto potrebbe essere paragonato a una nebbia fitta e soffocante, un’esperienza che Clifford Geertz descriverebbe come un “campo di forze” culturale e personale, dove ogni passo sembra portarti più lontano dalla persona che hai perso, eppure ogni respiro è pieno della sua assenza. Geertz, nel suo lavoro sull’interpretazione delle culture, suggerisce che le nostre reazioni emotive sono profondamente radicate nei contesti simbolici e sociali in cui viviamo. Ogni mattina, il breve istante di dimenticanza al risveglio è seguito da un’ondata di dolore che travolge tutto, trasformando il risveglio in un rito di ricordo e perdita, un freddo e implacabile colpo al cuore.

Victor Turner, con il suo concetto di “communitas”, ci aiuta a comprendere come ogni cosa intorno a noi, ogni profumo, canzone, sorriso, diventa un segno in un sistema più ampio di significati condivisi. Questi segni evocano ricordi e dolore, creando un legame tra l’individuo e la comunità. Il lutto, in questo senso, non è solo un’esperienza privata ma una performance sociale, un modo per la comunità di esprimere e condividere il dolore.

Le lacrime che arrivano senza preavviso, come un temporale improvviso, possono essere viste attraverso la lente di Margaret Mead e del suo studio sulle emozioni come costruzioni sociali. A volte le lacrime sono così tante che sembra impossibile fermarle, altre volte restano bloccate dentro, un nodo in gola che rende difficile respirare. Questo nodo è una manifestazione fisica della “struttura dei sentimenti” che Raymond Williams descrive, un’esperienza condivisa ma anche profondamente personale.

La rabbia, la disperazione, e la profonda tristezza che si provano rappresentano ciò che Renato Rosaldo chiama “emozioni imperiali”, sentimenti che emergono dal confronto con la morte e la perdita, sfidando la nostra comprensione della vita e del nostro posto nel mondo. La vita sembra perdere il suo senso, e ci si chiede come si possa andare avanti senza la persona amata.

In mezzo a questo caos, ci sono momenti di incredibile bellezza e connessione che ricordano la teoria di Emile Durkheim sul ruolo delle ritualità collettive nel rafforzare la coesione sociale. Le persone intorno a noi, con i loro gesti gentili e parole di conforto, diventano ancore in questo mare in tempesta. Le storie condivise, le risate tra le lacrime, le mani che si stringono in silenzio, tutto questo aiuta a ricordare che non siamo soli in questo dolore.

Il lutto non segue un percorso lineare, ma è un “processo rituale” come descritto da Turner, un labirinto di emozioni e ricordi contrastanti. A volte il tempo sembra fermarsi, altre volte scorre troppo veloce. Ma piano piano, si impara a navigare in questo nuovo paesaggio. Le cicatrici resteranno, segni del nostro amore e della nostra perdita, ma impareremo a portarle con dignità.

In questo processo, scopriamo una forza dentro di noi che non sapevamo di avere. Anche se il dolore non sparirà mai del tutto, troverà un posto più tranquillo nel nostro cuore. Impareremo a ricordare senza essere sopraffatti, a vivere senza dimenticare, e continuare ad amare di senza paura.

Forse non hai avuto una risposta alla tua domanda se hai letto fino a qui. Va bene cosi, spesso ci sono momenti in cui il dolore diventa così opprimente da rendere le parole inutili; è in quei silenzi che troviamo la forza di continuare.

Alla prossima. Federico.

Bibliografia

  1. Geertz, Clifford. Interpretazione di culture. Bologna: Il Mulino, 1987.
  2. Turner, Victor. Il processo rituale: Struttura e antistruttura. Milano: Feltrinelli, 1972.
  3. Mead, Margaret. L’adolescente in una società primitiva. Torino: Einaudi, 1968.
  4. Williams, Raymond. Marxismo e letteratura. Torino: Einaudi, 1979.
  5. Rosaldo, Renato. Cultura e verità: La rimessa in discussione del pensiero antropologico. Roma: Meltemi, 2001.
  6. Durkheim, Emile. Le forme elementari della vita religiosa. Milano: Edizioni di Comunità, 1963.

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sono Federico

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