Scandalo Rai: il dietro le quinte dello sciopero dei giornalisti Rai e le manovre politiche dietro la censura mediatica.

Il significato della parola “censura” si riferisce al controllo morale o ideologico su opere; magistratura nell’antica Roma. La sua etimologia deriva dal latino “censura”, nome della magistratura istituita nel 443 a.C. per condurre regolari censimenti della popolazione, dal verbo “censire” che significa registrare i cittadini e i loro beni. I consoli romani non riuscivano a gestire tutto. C’era molto da fare. Così nel IV secolo a.C. sì accumulò un grave ritardo nei censimenti, che erano fondamentali per determinare le tasse e organizzare l’esercito. Fu quindi creata una specifica magistratura: la censura (che, a sentirne il nome, già intimorisce). Solo successivamente ai due censori fu attribuita anche la responsabilità di vigilare sulla moralità dei costumi, un compito che divenne l’essenza stessa del censore e della censura. Questo ruolo venne definito in modo antonomastico da alcuni censori famosi per la loro integrità e severità, come Marco Porcio Catone, noto come “Catone il censore”, famoso per la sua determinazione nel voler distruggere Cartagine. Attraverso la storia oppressiva degli indici dei libri proibiti e le purghe dei regimi totalitari passati (con i relativi rimproveri a posteriori), la censura arriva fino a noi oggi come qualcosa di più mitigato: si tratta di un processo per cui lo Stato o una chiesa esercitano controllo su opere artistiche o di pensiero, eliminando o attenuando le parti considerate troppo forti o controverse secondo la morale istituzionale adottata – anche se la tendenza attuale, molto più severa contro il sesso rispetto alla violenza, mette in discussione il significato stesso di moralità.
Durante il regime fascista in Italia, la censura della stampa fu una pratica diffusa e rigorosa. Il regime di Benito Mussolini utilizzò la censura come strumento per controllare l’opinione pubblica e garantire la diffusione della propaganda fascista. Alcuni punti chiave sulla censura della stampa durante il fascismo fanno riferimento alle cosiddette Leggi Fascistissime: 1. Leggi sulla stampa. Il regime fascista introdusse leggi che limitavano severamente la libertà di stampa. Una delle leggi più significative fu la “legge per la difesa dello Stato” del 1926, che criminalizzava la pubblicazione di notizie false o tendenziose dannose per l’onore del regime o dannose per l’ordine pubblico. 2. Creazione dell’ONC (Opera Nazionale per la Cultura Popolare). Nel 1925, l’ONC fu istituita come organismo governativo incaricato di diffondere la propaganda fascista e controllare i contenuti dei media. L’ONC aveva il potere di autorizzare le pubblicazioni e di censurare o vietare qualsiasi testo considerato contrario agli interessi del regime. 3. Controllo sui giornali e editoria. Il regime fascista controllava strettamente i giornali e le case editrici. I giornali erano soggetti a pesanti sanzioni se pubblicavano contenuti critici nei confronti del fascismo o del regime. 4. Blacklist e censure dirette. Venivano create liste nere di autori, giornalisti e editori considerati oppositori del regime. Queste persone subivano persecuzioni e restrizioni che limitavano la loro capacità di lavorare nel settore editoriale. 5. Propaganda e autocensura. Molti giornalisti e scrittori si auto-censuravano per evitare problemi con il regime. La paura delle rappresaglie e delle persecuzioni portava alla diffusione diffusa della propaganda fascista e alla mancanza di voce per le opinioni critiche. 6. Repressione dei dissidenti. I giornalisti e gli editori che osavano sfidare la censura subivano arresti, imprigionamento e altre forme di persecuzione. La stampa indipendente e critica venne repressa e soppressa. Durante il periodo fascista in Italia, la censura della stampa fu uno strumento cruciale per consolidare il potere del regime, controllare l’opinione pubblica e sopprimere qualsiasi forma di dissenso. La libertà di stampa e di espressione subì gravi limitazioni, e i media divennero strumenti di propaganda al servizio del governo fascista.
Quanto accaduto nei giorni scorsi riguardo allo sciopero dei giornalisti Rai dovrebbe forse farci riflettere. La gestione della politica sull’informazione da parte del Presidente Giorgia Meloni, nonostante le sue negazioni di vicinanza a certi comportamenti, sta suscitando paragoni con dinamiche tipiche di regimi autoritari. Le restrizioni nell’esercizio del giornalismo, l’assenza di giornalisti durante le conferenze stampa e la limitata copertura mediatica riguardante le notizie politiche su alcuni fronti, stanno sollevando preoccupazioni sul ruolo dell’informazione pubblica nel paese. Lunedì, l’Usigrai, principale sindacato dei giornalisti e delle giornaliste della Rai, ha tenuto una conferenza stampa presso la sede dell’Associazione della Stampa Estera a Roma per illustrare le motivazioni dello sciopero proclamato per lo stesso giorno. Questo sciopero è uno dei più consistenti degli ultimi anni in Rai, sia per il livello di partecipazione sia per l’ampia copertura che coinvolge l’intera programmazione giornaliera delle diverse reti. Le ragioni dello sciopero riguardano le proteste contro le decisioni prese dall’azienda negli ultimi mesi: mancata stabilizzazione dei lavoratori precari, mancata sostituzione dei giornalisti che vanno in pensione o delle giornaliste che vanno in maternità, riduzione degli stipendi e dei premi di risultato. Oltre a queste richieste, che sono abbastanza comuni nelle relazioni sindacali con la Rai, c’è anche il tema della censura da parte della Rai nei confronti del monologo dello scrittore Antonio Scurati sul 25 aprile, e più in generale i vari tentativi, più o meno espliciti, di influenzare i giornalisti da parte di dirigenti e direttori, con l’obiettivo, secondo il sindacato, di compiacere il governo di Giorgia Meloni. I giornalisti della Rai hanno denunciato più volte condizionamenti politici sul lavoro e condizioni contrattuali sfavorevoli. Anche Vittorio Di Trapani, presidente della Federazione Nazionale della Stampa Italiana (FNSI), il sindacato unitario di tutti i giornalisti, ha confermato queste preoccupazioni. Di Trapani, prima di diventare presidente della FNSI, è stato a lungo segretario dell’Usigrai. Per confutare l’idea che le attuali agitazioni sindacali siano motivate da ostilità verso la destra, ha osservato che “avremmo potuto fare in questi anni attività sindacale con le fotocopie dei comunicati fatti negli anni scorsi”, sottolineando che i problemi denunciati oggi sono simili a quelli riscontrati in passato. Ha aggiunto, tuttavia, che “così come abbiamo sempre protestato e lottato contro ogni tentativo di limitazione della libertà di parola, vorrei dire molto chiaramente che quello che sta accadendo in questi mesi non ha precedenti”. Secondo lui, “oggi sta succedendo qualcosa di diverso: si sta tentando un’operazione di revisionismo storico, politico, culturale e sociale per riscrivere la storia di questo paese” sia nella Rai che in altri contesti culturali. Molte proteste dei giornalisti dell’Usigrai si sono concentrate sulle reazioni della direzione Rai e di alcuni suoi dipendenti alla proclamazione dello sciopero. La Rai ha anticipato la protesta annunciata per lunedì durante i telegiornali della domenica, ma ha incluso una replica ufficiale dell’azienda che confutava le tesi del sindacato, sostenendo che l’iniziativa dell’Usigrai fosse motivata da ragioni “ideologiche e politiche”. Inoltre, decine di giornalisti Rai iscritti a Unirai, un’associazione parasindacale di destra nata nel novembre 2023 in opposizione alle posizioni dell’Usigrai, hanno deciso di sabotare lo sciopero, incoraggiando i colleghi a non aderire e a lavorare regolarmente. Unirai conta circa 300-400 membri rispetto ai più di 1.600 dell’Usigrai. Il sabotaggio dello sciopero rappresenta in qualche modo il primo atto politico di Unirai, che ha permesso alla Rai di trasmettere i telegiornali principali lunedì, sebbene in forma ridotta e con una programmazione rivisitata
Oggi, il richiamo alla censura e al condizionamento politico nella Rai mette in guardia contro pericolose tendenze che minacciano la libertà di informazione e l’indipendenza giornalistica. La negazione del diritto di fare domande durante le conferenze stampa e il tentativo di mettere a tacere notizie scomode evocano i tempi bui in cui la verità veniva distorta e manipolata per fini politici.
La resistenza dei giornalisti e delle giornaliste dell’Usigrai contro questi abusi è un atto di coraggio e difesa dei principi democratici. Il sabotaggio dello sciopero da parte di Unirai, un’associazione nata in opposizione al sindacato, sottolinea la necessità di difendere con determinazione la libertà di stampa da interferenze esterne e pressioni politiche. In un’epoca in cui il revisionismo storico e il controllo dell’informazione minacciano la nostra democrazia, è fondamentale sostenere i giornalisti nel loro ruolo di guardiani della verità e della libertà di espressione. La censura non appartiene a una società libera e democratica; è un pericolo per la nostra coscienza critica e per il nostro diritto di essere informati.
Sosteniamo la libertà di stampa. Resistiamo alla censura. La verità non può essere messa a tacere.
Alla prossima. Federico.

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