e come farlo al meglio!

Recentemente, anch’io mi sono trovato a riflettere sull’opportunità di ridurre il consumo di carne.
Quasi involontariamente, di fatto, ho drasticamente ridotto il mio consumo di carne. Questa scelta è stata personale e non vorrei mai imporla ad altri, anche se vedo molti utilizzare i social media per promuovere le loro opinioni, spesso in modo molto insistente. In questo articolo, voglio fare il punto della situazione e cercare di comprendere meglio la questione.
Il dibattito attuale sulle diete vegetariane e vegane ruota attorno a numerosi studi scientifici che ne hanno esaminato gli effetti sulla salute umana. Ad esempio, una revisione sistematica e meta-analisi pubblicata sul Journal of the American Heart Association ha evidenziato che le diete vegetariane sono associate a un minor rischio di sviluppare malattie cardiache, ipertensione, diabete di tipo 2 e obesità. Questo è in parte dovuto al fatto che le diete a base vegetale sono spesso ricche di fibre, antiossidanti e altri nutrienti benefici. Tuttavia, è importante notare che una dieta vegetariana o vegana ben pianificata deve prestare attenzione a soddisfare adeguatamente le esigenze nutrizionali, come l’assunzione di proteine complete, ferro, calcio, vitamina B12 e omega-3.
La controversia sull’etica del consumo di carne si basa sull’idea che gli animali non umani abbiano una certa forma di coscienza e capacità di provare emozioni, inclusa la sofferenza. Peter Singer, filosofo etico, ha argomentato che dovremmo considerare gli interessi degli animali non umani in modo simile a come consideriamo gli interessi degli esseri umani. Questo ha portato molti a valutare le proprie scelte alimentari non solo in base alla salute personale, ma anche al rispetto per gli animali. Le pratiche di allevamento intensivo e macellazione possono sollevare questioni etiche riguardo al trattamento degli animali e hanno alimentato il movimento per una maggiore consapevolezza e rispetto nei confronti degli animali nell’industria alimentare.
L’industria della carne è una delle principali responsabili dell’impatto ambientale globale, contribuendo significativamente alla deforestazione, all’inquinamento delle acque e alle emissioni di gas serra. Secondo la Food and Agriculture Organization (FAO) delle Nazioni Unite, il settore dell’allevamento animale è responsabile del 14,5% delle emissioni antropogeniche di gas serra a livello mondiale. Allo stesso tempo, la produzione di carne richiede grandi quantità di acqua e terreno agricolo, che potrebbero essere impiegati in modo più efficiente per produrre alimenti vegetali. Di conseguenza, molti individui scelgono di ridurre o eliminare il consumo di carne per ridurre il proprio impatto ambientale e contribuire alla sostenibilità ambientale.
Gli allevamenti intensivi rappresentano una delle principali fonti di inquinamento nel settore agroalimentare e un metodo di allevamento che non rispetta il benessere degli animali. In Italia, il settore zootecnico è responsabile dei due terzi delle emissioni di ammoniaca a livello nazionale, con conseguenze dirette sulla salute umana. In risposta a questa problematica, Greenpeace, Medici per l’Ambiente, Lipu, Terra e WWF Italia hanno presentato una proposta di legge mirata a superare gli allevamenti intensivi e promuovere una transizione agroecologica nel settore zootecnico. Il testo della proposta, semplice ma incisivo, mira a favorire una transizione ecologica in linea con gli impegni europei, tutelando contemporaneamente gli interessi dei piccoli produttori, l’ambiente e la salute dei consumatori italiani. Secondo Greenpeace, l’80% dei fondi europei destinati all’agricoltura italiana beneficia solo del 20% dei produttori, principalmente grandi aziende. Inoltre, il settore zootecnico è responsabile del 75% delle emissioni di ammoniaca e contribuisce all’inquinamento da polveri sottili, causando circa 50.000 decessi prematuri all’anno. La proposta invita il governo a facilitare la transizione ecologica delle aziende zootecniche e, contemporaneamente, a istituire una moratoria sull’apertura di nuovi allevamenti intensivi e sull’incremento del numero di animali allevati negli allevamenti già esistenti. Questo si tradurrebbe in un arresto della creazione di nuovi allevamenti e della crescita numerica degli animali presenti in quelli esistenti, che in Italia raggiungono i 700 milioni all’anno. Questo eccessivo numero di animali sottrae una considerevole quantità di risorse al consumo umano diretto e causa danni ambientali e sanitari aggiuntivi. Circa il 70% dei terreni agricoli europei è destinato all’alimentazione animale, mentre il 75% della produzione mondiale di soia, responsabile di una significativa deforestazione in Sud America e Sud-Est Asiatico, è destinato ai mangimi animali. La produzione intensiva in Italia contribuisce anche al consumo eccessivo di carne, superiore ai livelli consigliati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, contrastando con la tradizionale dieta italiana, più incentrata su vegetali e legumi. Ciò porta all’importazione di circa il 60% della carne bovina consumata nel paese, con conseguenze negative sull’ambiente, il benessere animale e la salute umana. Inoltre, penalizza i piccoli allevatori che adottano pratiche sostenibili, con la chiusura del 38% delle piccole aziende zootecniche tra il 2004 e il 2016, mentre le grandi aziende sono cresciute del 23%.
Non ci sono soluzioni e obblighi ovviamente, ma si potrebbe partire dal comprendere il rapporto che l’uomo ha con il cibo. L’antropologia ad esempio, si addentra negli intricati rapporti tra le abitudini alimentari umane, esplorando i legami con il cibo, i tabù alimentari, il senso del gusto e il valore attribuito all’alimentazione al di là del suo mero scopo nutritivo. Il nostro rapporto con il cibo è diventato un tema cruciale nel vivere contemporaneo. Negli ultimi dieci anni, l’interesse per tutto ciò che riguarda il cibo ha registrato una crescente centralità nella società. Dai programmi culinari alla proliferazione di libri e pagine sui social media dedicate all’alimentazione, fino all’elevazione dei cuochi a vere e proprie star, oltre alla stessa trasformazione dei prodotti alimentari in simboli identitari e storici di luoghi e culture. In questa cornice, l’antropologia si pone il compito di interrogare, mettere in discussione e ridefinire ciò che spesso diamo per scontato. L’antropologia alimentare in particolare, si propone di stimolare l’immaginario collettivo, esaminando le forme di produzione e consumo del cibo per ampliare le nostre prospettive e comprendere i molteplici modi in cui ci relazioniamo con esso.
Le domande che ci si pone riguardo al cibo sono molte e complesse:
– Perché alcuni individui scelgono di escludere determinati alimenti dalla propria dieta e prediligere altri?
– Perché alcuni alimenti sono considerati sacri in certi contesti culturali mentre vengono evitati o disprezzati in altri?
– Quali sono le ragioni dietro il crescente interesse per i cibi biologici e le forme alternative di consumo, come i gruppi di acquisto solidale?
– In che modo il sistema finanziario influisce sul mondo del cibo?
Gli antropologi si pongono l’obiettivo di comprendere le sfide chiave del nostro tempo attraverso l’analisi dell’alimentazione, riconoscendo che il cibo è un fenomeno sociale totale che interseca aspetti quotidiani, religiosi, politici, estetici ed economici.
Attraverso l’uso di approcci etnografici e storici, l’antropologia alimentare esplora il cibo come un mezzo attraverso il quale gli individui esprimono la propria identità, costruiscono relazioni sociali e manifestano i propri gusti e appartenenze sociali. Ovviamente non ci dice se sia giusto o sbagliato mangiare la carne. Le riflessioni sull’alimentazione sono numerose e variegate. Si analizzano le scelte alimentari, i divieti, il rapporto tra uomo e ambiente, tra uomo e animale, così come l’impatto delle migrazioni sulle tradizioni culinarie. Inoltre, l’antropologia dedica una particolare attenzione alla percezione del gusto, riconoscendo che l’atto di mangiare è un’esperienza multisensoriale condizionata da fattori culturali, sociali e geografici. Le preferenze alimentari sono strettamente legate alla cultura e alla storia di una società. Ad esempio, in molte culture, il consumo di carne è associato a celebrazioni, festività e statuti sociali. Tuttavia, ci sono anche culture in cui le diete a base vegetale sono predominanti, spesso per motivi storici, religiosi o ambientali. L’antropologo Marvin Harris, solo per citarne uno, nel suo lavoro più noto “Buono da mangiare” ha analizzato come fattori come la disponibilità di risorse alimentari, le condizioni climatiche e le credenze culturali influenzino le scelte alimentari delle popolazioni umane nel corso della storia. Ovviamente come non citare Margaret Mead, i suoi studi hanno evidenziato come le norme culturali e le dinamiche sociali influenzino le preferenze alimentari e i modelli di consumo. Jack Goody e il suo lavoro sull’antropologia dell’alimentazione si concentra sul ruolo dei media, della tecnologia e dei cambiamenti sociali nelle pratiche alimentari delle società umane. Ha esaminato come la diffusione di nuove tecniche di produzione alimentare e di modelli culturali influenzi le abitudini alimentari. In ultimo come non far riferimento a Claude Lévi-Strauss, noto per la sua teoria strutturalista, Lévi-Strauss ha anche analizzato le strutture culturali e simboliche che circondano il cibo. Ha esplorato come le dicotomie culturali come crudo/cotto, selvaggio/coltivato siano riflesse nelle pratiche alimentari e nei sistemi di classificazione delle società umane.
Questo evidenzia come le preferenze alimentari siano il risultato di una complessa interazione tra fattori biologici, culturali ed economici.
Le decisioni riguardanti il consumo di carne e l’adozione di diete vegetariane o vegane sono influenzate da una serie di fattori, compresi quelli nutrizionali, etici, ambientali e culturali. Una comprensione approfondita di questi aspetti può aiutare gli individui a prendere decisioni alimentari consapevoli che non solo promuovano la loro salute personale, ma anche il benessere degli animali e la sostenibilità ambientale. In ogni caso se state pensando di cambiare la vostra alimentazione o semplicemente fare una dieta di qualsiasi tipo, consiglio di affidarsi a medici e nutrizionisti che possano darvi un parere e aiutarvi nel migliore dei modi, in questo caso fare da sé, può fare male.
Alla prossima. Federico.

Lascia un commento