(Torneo “Sabato Gol” al centro sportivo Masseroni – Milano, con ex calciatori professionisti, qui mi trovavo a fine partita a chiacchierare insieme a Bobo Vieri nel Novembre del 2012.)

Nella canzone di Cremonini si canta che da quando Baggio non gioca più non è più domenica, ma forse lui si riferiva all’amore perduto, mentre per me, nostalgico di un calcio che non c’è più, è proprio così. Non è più domenica perché effettivamente i miei idoli calcistici da ragazzino giocavano di domenica, mentre oggi il calcio è alla mercede delle tv e soprattutto del Dio denaro.

Negli ultimi tempi si parla incessantemente dei centravanti, specialmente di quelli che un tempo erano i protagonisti indiscussi delle squadre di club e della Nazionale. Manca proprio quel ruolo nell’attuale panorama calcistico. Sì, perché fare il centravanti non è solo una posizione da tenere in campo, fare il centravanti è un mestiere non un ruolo.

Il ruolo del centroavanti nel calcio ha subito una significativa trasformazione nel corso degli anni, passando da una posizione considerata principalmente statica a un mestiere dinamico e polivalente. Nel passato, i centroavanti erano noti per la loro abilità nel segnare gol, focalizzandosi sulla posizione, sulla forza fisica e sulla precisione nel colpire il pallone. Questi “predatori dell’area di rigore” come Gerd Müller, Romário e Marco van Basten, Batistuta, Bobo Vieri, ma anche quelli come Totti e Del Piero, per parlare solo di alcuni dei protagonisti fra i principali che incarnavano l’arte del segnare gol con movimenti opportunistici e riflessi fulminei, spesso lavorando a stretto contatto con i compagni di squadra per sfruttare le occasioni nel perimetro dell’area di rigore.

Tuttavia, nel calcio moderno, il ruolo del centroavanti è diventato più versatile e dinamico.

Oltre a segnare gol, i centroavanti di oggi devono possedere una gamma più ampia di abilità per adattarsi alle esigenze tattiche delle loro squadre. Sono chiamati a contribuire attivamente alla fase di costruzione del gioco, creando opportunità per i compagni di squadra e adattandosi a una varietà di sistemi tattici e situazioni di gioco. La loro capacità di leggere il gioco, anticipare le mosse difensive e combinare con i compagni di squadra è diventata fondamentale per il successo nel calcio contemporaneo.

Il centroavanti è passato da un ruolo specializzato a una figura polivalente che contribuisce in molteplici modi al gioco della squadra. Questa evoluzione riflette i cambiamenti nelle tattiche e nelle strategie del gioco, evidenziando la crescente complessità e la richiesta di adattabilità nel calcio moderno. In sintesi non ci sono più gli attaccanti di una volta, e quelli che ho visto io erano fenomenali.

Nel mondo del calcio da cui provengo io, anzi meglio dire della mia generazione, ogni partita era una battaglia e ogni gol una vittoria. In particolare il ruolo del centroavanti era spesso considerato il punto focale dell’azione. Ma dietro il fascino del gol e l’emozione delle celebrazioni, c’era un mondo di pressione e responsabilità che pesava sulle spalle di chi si trovava, come me, a vestire la maglia numero 9. Statistiche alla mano, si diceva che un centroavanti valesse quanto i gol che riusciva a segnare. Era questa la misura del suo valore, il barometro della sua efficacia sul campo. Il nostro punto di riferimento non era confrontarci con nomi come Vialli, Baggio, Del Piero, Vieri o Totti, che erano idoli quasi inarrivabili. Noi ci ispiravamo piuttosto a giocatori della provincia, come Hübner, Schwoch, Riganò, Chevantòn, Protti, solo per citarne alcuni. Ovviamente, in ogni regione, nei campionati minori, dove la passione per il calcio è vissuta e ancora vive, sono esistiti e esistono da sempre, idoli locali che hanno fatto la storia di tutte quelle squadre che, ancora oggi, sopravvivono grazie all’amore incondizionato dei propri tifosi.

Il calcio oggi come allora è crudele, e talvolta la fortuna non sorride a coloro che hanno il compito ingrato di trasformare le opportunità in gol. Vedi Lautaro nella partita contro l’Atletico Madrid negli ottavi di finale di Champions League. Immaginatevi di essere quel centroavanti, di scendere in campo ogni volta con la stessa fame, quella fame insaziabile di gol. Sei la punta finale di un iceberg, l’elemento che deve dare una conclusione perfetta ad un’azione costruita con cura, ad un cross preciso che ti arriva al momento giusto. Sei la voce più decisa di una partita, perché nel calcio è una legge non scritta: chi segna di più, vince.  Ma quando le cose vanno storte, quando i gol non arrivano e la fortuna sembra voltarti le spalle, il peso del fallimento cade quasi interamente sulle tue spalle. Che tu non riesca a mettere la palla in rete o che lo faccia troppo poco, sei tu il colpevole designato. Ma chi guarda il tuo lavoro sporco? Chi vede quelle cinque punizioni dal limite prese in 90 minuti? Chi apprezza le botte sugli stinchi, le corse incessanti per recuperare una palla in zona gol o le accelerazioni fulminee per superare gli esterni?

Tutti puntano all’obiettivo finale, ma tu sei quello che lavora incessantemente per raggiungerlo.

Ci provi, sbagli, ti disperi e ci riprovi. Vuoi segnare a tutti i costi, ma anche far segnare i tuoi compagni, pur di portare la squadra alla vittoria finale.

Nessuno conosce davvero quello che provi, perché nel mondo del calcio, spesso sono i numeri a parlare. Ma la tua legge è sempre una: sbagli, cadi, ti rialzi, ci riprovi e alla fine, nella tua costante ricerca della perfezione, vinci. Infondo per alcuni è la metafora della propria vita.

Alla prossima, Federico.

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