Molto spesso si mascherano le sofferenze con un sorriso. Quando capitano sono devastanti, per questo ho provato a scrivere un racconto breve che parla di una sofferenza subdola: gli “Attacchi di Panico”.

“Mentre viaggiava in macchina lungo la statale, Davide si ritrova su una strada apparentemente senza via d’uscita, ma ciò era solo un’illusione. La strada su cui procedeva era un flusso incessante di veicoli che sfrecciavano a velocità vertiginose, con sorpassi rischiosi che sfioravano la tragedia.
Avvolto dall’oscurità avanzante e dalla fitta nebbia, perse l’orientamento. La scelta di una strada alternativa per tornare prima a casa si trasformò in un enigma insormontabile. Il sottile velo di nebbia di fronte a lui gli fece percepire l’impellente necessità di continuare ad avanzare ad ogni costo, seguendo il flusso, fino a una meta sconosciuta. Tuttavia, il sovraffollamento di veicoli e il pericolo di collisione, con alberi o barriere, senza nemmeno il tempo di ragionare, lo costrinsero a cercare una via laterale, guidato solo dall’istinto o dalla previsione. Poi bruscamente frenò, chiuse gli occhi, respirò profondamente e li riaprì per vedere un cartello che annunciava una strada senza uscita: “Fine della strada“. Inizialmente, un senso di terrore lo avvolse. Desiderava urlare forte, sembrava un cartello che rappresentava la morte, la fine!
Sapeva che intraprendere quella strada significava la scomparsa di tutto e che la sua corsa si sarebbe fermata lì, lasciandolo solo. “Dove sono finito? Dove sono le altre macchine?” sussurrava terrorizzato.
Allungando lo sguardo oltre il cartello, vide che il mondo era ancora intatto. Decise di fermarsi, spense il motore e aprì lo sportello della sua auto. Finalmente, il velo di nebbia si diradò, offrendogli l’opportunità di contemplare ciò che lo circondava. La strada davanti a lui si trasformò: l’asfalto finì, lasciando spazio a un terreno sconnesso e a un bosco. Grandi corvi nero pece, curiosi, gli volavano intorno per poi posarsi sugli alberi e sui cespugli restando ad osservarlo minacciosi. Il rombo delle automobili che sfrecciavano si trasformò in un brusio sempre più lontano, quasi irreale. Man mano che i suoi piedi toccavano la terra, non sentiva il peso del suo corpo calpestare il mondo, percependo di non far parte di tutto ciò che lo circondava.
Niente gli era estraneo, anche se sentiva di non conoscere nulla. Poteva sfiorare i rami pungenti con le mani, sentire il vento gelido tra i capelli e sulle guance, la brina nella barba, l’aroma umido del bosco. Tuttavia, non aveva la capacità di pronunciare parole, di rompere quel silenzio interiore necessario per generare nuove immagini, pensieri, visioni o soluzioni. Con respiri profondi arrivò la calma di cui aveva tanto bisogno. All’improvviso, il potente suono del clacson lo riportò alla realtà, e tutto intorno a lui svanì. Affannato, arrivò nel viottolo di casa, corse sulle scale e finalmente entrò in casa. Esausto, si lasciò cadere sul letto, ma il sonno tardava ad arrivare e si ritrovò di nuovo nel buio fitto della notte, completamente solo.
In preda al panico, chiuse gli occhi mentre la sua mente si perdeva in un turbine di pensieri caotici e irrazionali, incapace di trovare una via d’uscita da quella prigione di angoscia e disperazione. Si ritrovò a correre disperatamente di nuovo nel bosco, cercando un qualche segno di vita, una via di fuga, una salvezza.
Ma ovunque guardasse, non trovava nulla che potesse indicargli una via d’uscita. Le ombre dei rami si allungavano minacciosamente sotto la luce fioca della luna, mentre il vento sussurrava un requiem perduto tra gli alberi.
Con il passare delle ore, la sua disperazione si trasformò in rassegnazione. In quel sogno lucido, si accasciò a terra, sfinito, lasciando che le lacrime si mescolassero con la terra umida del bosco. In quel momento, comprese che non c’era via d’uscita, che la sua fine era giunta. Il silenzio del bosco lo avvolse come un lenzuolo funebre, e nel buio infinito delle sue paure, il suo grido di aiuto rimase inascoltato. Poi, finalmente, arrivò la luce del mattino. La paura passò, quell’attacco che lo aveva paralizzato lo lasciò sfinito, facendolo cadere in un sonno profondo. Ma la sveglia ligia al suo dovere squillò forte, e gli occhi di Davide ripresero vita.
Una nuova giornata lo attendeva, con la paura di ritrovarsi nuovamente in un labirinto di un bosco di paura.”
Federico Di Girolamo – Marzo 2024

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