Se si protesta c’è un motivo, forse vale la pena ascoltare.

Lavorando nel mondo della scuola, sono abituato a parlare con i giovani. Tuttavia, spesso la realtà che emerge non corrisponde esattamente alla verità. La generazione attuale che sta affacciandosi al mondo forse sta cercando di comunicarci qualcosa di importante. Noi, che non siamo vecchi ma abbiamo vissuto in un’epoca influenzata dalle generazioni precedenti, abbiamo il dovere di ascoltarli attentamente. La generazione degli anni ’80/’90, alla quale appartengo, purtroppo presenta un alto tasso di ignoranza culturale. Molti tra coloro che conosco, arrivati al momento delle scelte cruciali, hanno optato per percorsi che sembravano semplici e rassicuranti. Mi duole ammetterlo, ma spesso la scelta, dopo cinque anni di scuola, si riduceva a “mettere firma”, ovvero aderire alle forze armate per garantirsi un futuro tranquillo. Eravamo, e in molti casi lo siamo ancora, condizionati dal concetto di posto fisso. Nel frattempo, molte ragazze si sono accontentate del primo pretendente senza considerare altre opportunità che avrebbero potuto comportare sacrifici, ma anche soddisfazioni diverse. Ovviamente, non intendo generalizzare, ma è un fatto che molti abbiano fatto queste scelte più convenzionali, mentre pochi abbiano avuto il coraggio di intraprendere strade diverse e affrontare sacrifici per realizzare i propri sogni.
Mi dispiace dire che eravamo quelli, che occupavamo le scuole, che manifestavamo e cercavamo di farci le canne e di trasgredire, poi però abbiamo iniziato ad addormentarci, per poi svegliarci con un manganello in mano, con figli dipendenti dai social, imboccandoli con tutto quello che noi non abbiamo potuto avere. Che strano ci eravamo ripromessi di cambiarlo il mondo. Ma passiamo alla questione importante, perché siamo arrivati a non accettare che, come abbiamo fatto noi, i giovani adesso si alzino dal divano, li abbiamo chiamati “gli sdraiati”, ora protestano e fanno sentire la loro voce al mondo a modo loro, cioè come forse non gli abbiamo insegnato noi, e li manganelliamo. Certo mi direte che ci sono modi e modi di protestare, ma non mi dite che voi in una manifestazione non avete mai urlato qualcosa contro le forze dell’ordine, come quando si andava in gita e dagli ultimi posti partiva il coro “se facciamo l’incidente muore solo il conducente”.
Ci sono numerose ricerche e statistiche che potrei citare che riguardano la generazione attuale, ma sarebbe più efficace riassumere che le opinioni e le esigenze degli adolescenti italiani tra i 14 e i 17 anni, così come quelle dei genitori, degli insegnanti e degli educatori, indicano risultati su cui riflettere. I risultati evidenziano una significativa discrepanza tra la percezione degli adulti e quella dei giovani. Mentre gli adulti sembrano avere preconcetti errati sugli adolescenti e non comprendere appieno le loro esigenze, i ragazzi considerano la famiglia, l’amicizia, le passioni e l’amore come valori prioritari. Solo una piccola percentuale di giovani aspira alla fama e al successo materiale. Tuttavia, non eravamo noi stessi così?
L’immagine degli adolescenti come dipendenti dai dispositivi digitali non corrisponde alla realtà, poiché la maggior parte di loro preferisce trascorrere il tempo con gli amici, ascoltare musica e fare sport. Tuttavia, l’uso eccessivo di internet può portare a una chiusura verso il mondo reale e causare ansia e depressione, come già abbiamo compreso noi adulti.
In alcuni sondaggi si evidenzia anche una mancanza di dialogo tra adulti e giovani, con la maggior parte dei ragazzi che preferisce confidarsi con i coetanei piuttosto che con i genitori o gli insegnanti. Gli adolescenti ritengono che gli adulti non comprendano i loro desideri e sentimenti, mentre gli adulti si sentono spesso inadeguati nell’affrontare i problemi dei giovani. Ma non era così anche per noi?
Tuttavia, nonostante le divergenze, i giovani hanno un’opinione relativamente positiva sugli adulti, mentre questi ultimi sono più autocritici. Forse allora non abbiamo compreso pienamente la situazione e stiamo diventando ciò che non volevamo essere. addirittura diamo colpa alla scuola.
Ora passiamo a due dati importanti e ne cito solo alcuni: ci sono stati numerosi casi di abuso da parte di poliziotti e carabinieri durante manifestazioni in Italia negli ultimi 20 anni. Alcuni di questi casi sono stati ampiamente documentati dai media e oggetto di indagini e processi giudiziari. Ecco alcuni fatti noti:
- Nel 2001, durante il summit del G8 a Genova, ci sono stati numerosi casi di violenza e abusi da parte delle forze dell’ordine contro i manifestanti. Tra i casi più noti c’è quello dell’uccisione del giovane manifestante Carlo Giuliani da parte della polizia.
- Nel 2011, durante le proteste contro il vertice del G8 a L’Aquila, sono stati segnalati episodi di violenza da parte delle forze dell’ordine, compreso l’uso eccessivo della forza contro i manifestanti.
- Nel 2013, durante le proteste contro la costruzione della linea ad alta velocità TAV in Val di Susa, ci sono stati numerosi casi di violenza da parte delle forze dell’ordine contro i manifestanti, inclusi episodi di pestaggio e arresti arbitrari.
- Nel 2022 a Torino riuniti in piazza Arbarello, dieci studenti feriti negli scontri con la polizia, manifestavano per Lorenzo, morto nell’alternanza scuola-lavoro.
Mi direte che le responsabilità ricadono sempre su entrambe le parti; in fondo, un dipendente delle forze dell’ordine obbedisce agli ordini e non tutti sono colpevoli di abusi, ma alla fine il risultato li vede sempre dalla parte sbagliata. Lo stesso vale per chi protesta: sono sempre gli stessi, i giovani, a rompere le vetrine, mettere a soqquadro le città, e i giovani che protestano non lo fanno nel modo giusto.
Qui c’è una questione che nessuno ha mai evidenziato: chi protesta è giovane, chi usa manganelli è adulto. Non ricordo manifestazioni in cui adulti hanno subito violenza, se ci sono state, sono state in minoranza. Vedi gli Ultras della squadra di calcio olandese che ha distrutto mezza Roma con le forze dell’ordine che stavano a guardare dicendo “volevamo evitare lo scontro” o i taxisti che per protestare hanno avuto un atteggiamento ben più grave in alcune recenti manifestazioni per far valere i propri diritti. In ogni caso, facciamo il punto della situazione di quanto successo ultimamente.
Lo scontro che si è verificato il 23 Febbraio 2024, a Pisa e Firenze, durante le manifestazioni pro Palestina, evidenzia almeno tre problemi. Primo: il mancato dialogo tra manifestanti e polizia. Come riportato da Repubblica, i problemi sono iniziati già mercoledì e giovedì, quando i gruppi collettivi coinvolgevano gli studenti rifiutando un dialogo con la Digos. Di conseguenza, non è stata avvisata la Questura, rendendo la manifestazione tecnicamente non autorizzata.
Il Secondo punto riguarda lo scontro: come si può vedere dai video sui social e in Tv, si è arrivati a uno scontro frontale che non avrebbe mai dovuto accadere in un’operazione di ordine pubblico. Anche se la parola “scontro” implica un incontro ostile e violento, ma non è quanto si vede nei video. Il presunto “scontro” avviene in un vicolo cieco: da una parte il corteo avanza per sfondare il cordone dei poliziotti ed entrare in Piazza dei Cavalieri a Pisa, dall’altra i poliziotti schierati davanti all’accesso in piazza. Non c’era nessuna via d’uscita, un imbuto che preannuncia un possibile disastro. Infatti viene ordinata la “carica di alleggerimento”, che teoricamente è un’azione adottata per ridurre la pressione del corteo e sgombrare la folla.
Terzo punto: le botte. La carica si risolve in uno “scontro frontale” che vede i poliziotti con i manganelli e i manifestanti disarmati. Alcuni manifestanti vengono addirittura inseguisti mentre scappano nella direzione opposta. Il risultato sono 13 feriti a Pisa e 5 a Firenze.
Il Dipartimento della Pubblica Sicurezza ha parlato di difficoltà nella gestione e in un comunicato ha scritto di “augurarsi un momento di riflessione e verifica su quanto avvenuto”. Fonti della Polizia riportate sempre da Repubblica indicano che dal 7 Ottobre ad oggi ci sono state 1.023 manifestazioni, un numero impensabile fino a qualche tempo fa che ha evidenziato impreparazioni nella gestione. Affermazioni a mio parere ingiustificabili per quanto accade in alcune manifestazioni.
In tutto questo, non manca lo scontro politico. L’opposizione denuncia la presa autoritaria delle azioni, sollevando l’attenzione sul fatto di voler zittire gli oppositori, mentre il governo respinge queste accuse. Sergio Mattarella, Presidente della Repubblica, interviene con un messaggio duro e senza precedenti: “(…) l’autorevolezza delle forze dell’ordine non si misura sui manganelli, ma sulla capacità di assicurare sicurezza, tutelando al contempo la libertà di manifestare pubblicamente opinioni” (…).
La chiamata di Mattarella al Ministero dell’Interno, che non è mai casuale, ha una sua importanza, specialmente se seguita da un post sui social dal profilo del Quirinale. Sappiamo ovviamente che la Polizia non è tutta così: ha annunciato di aver avviato approfondimenti in accordo con la Procura. I protagonisti verranno identificati e, nel caso, pagheranno le conseguenze. Vedremo.
Ci troviamo però sempre di fronte allo stesso problema: dobbiamo accertare se quanto è stato fatto è stato fatto secondo la legge. La giornalista Luciana Grosso ha scritto sul suo profilo social che non riguarda il Fascismo di ritorno o la deriva autoritaria, che a volte sono solo distrazioni di massa, ma che bisogna chiedere conto dell’illegalità di certe azioni.
Uno dei punti su cui bisogna lottare è l’introduzione del “codice identificativo” per gli agenti di Polizia, una sequenza di numeri posta sul casco e sull’uniforme che permette di identificare gli agenti. Questa questione è stata raccomandata più volte dal Parlamento Europeo e dalle Nazioni Unite. In Europa è presente in oltre 20 stati, tra cui Spagna e Francia. In Italia ci sono stati diversi disegni di legge per introdurlo, ma sono stati tutti bloccati. Questo sarebbe uno strumento utile per fare luce su alcuni abusi delle forze dell’ordine, soprattutto per distinguere i singoli poliziotti che si macchiano di reati dagli altri.
È quindi necessario fare una seria riflessione da parte dei miei coetanei che adesso sono sul divano, non come i giovani di oggi, pensando che sia giusto quello che è avvenuto, solo perché non si ricordano di come siamo stati zitti quando pensavamo che ci stessero consegnando un mondo migliore, che invece in ogni situazione diventa sempre più difficile. I giovani vanni ascoltati, forse più dei politici o dell’urlatrice di turno.
Alla prossima. Federico.

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