Un considerazione rispetto all’importanza di essere formati all’accoglienza

Uno dei temi attualmente rilevanti riguardanti le persone migranti nel nostro paese è l’integrazione di questi ultimi o dei rifugiati, considerata un’importante emergenza sociale e formativa del nostro tempo. Tale questione richiede una riflessione critica sulla nozione di integrazione sociale. L’integrazione dei “nuovi cittadini” andrebbe probabilmente ripensata e riprogettata in modo intenzionale. I percorsi di integrazione sociale per coloro che si inseriscono in un nuovo contesto possono risultare, in alcuni casi, il frutto di casualità o di circostanze fortuite. È significativo notare che una delle prime proposte rivolte a minori e adulti stranieri in Italia risale al 1997, con la costituzione, attraverso l’Ordinanza ministeriale n. 455, dei Centri Territoriali per l’Istruzione e la Formazione in Età Adulta (CTP), che offrivano corsi pomeridiani e serali associati alle scuole medie inferiori. Questa iniziativa rappresentò il culmine di un dibattito decennale sviluppato in Europa e in Italia sulla necessità del “life long learning”, ovvero dell’apprendimento permanente, un processo individuale intenzionale mirato all’acquisizione di ruoli e competenze che comporta un cambiamento relativamente stabile nel tempo, al fine di adeguarsi ai nuovi bisogni sociali o lavorativi, sia professionali che personali. Il concetto di “lifelong learning” indica che l’educazione è un processo che coinvolge l’intera vita di una persona, dalla nascita alla morte, comprendendo anche l’apprendimento prima e dopo il periodo scolastico.

Il progetto dei CTP includeva numerosi elementi derivati dal contesto comunitario, che successivamente saranno sviluppati con l’istituzione, nel 2014, dei Centri Provinciali per l’Istruzione degli Adulti (CPIA), finalizzati all’orientamento, alla valorizzazione delle competenze di base e trasversali, all’accessibilità per gruppi sociali vulnerabili (come i detenuti) e come punto di connessione tra scuola primaria e scuola secondaria inferiore. Inoltre, già nell’atto costitutivo dei CTP si evidenziava la dimensione della ricerca e della documentazione, aspetto poi enfatizzato per i CPIA.

Tuttavia, all’interno di questi contesti sorgono evidenti problematiche: vi sono ragazzi e adulti stranieri di ogni età che frequentano i corsi, ma spesso non si raggiungono i risultati attesi. Le donne straniere, ad esempio, sono spesso escluse dalla partecipazione a causa della sovrapposizione degli orari delle lezioni con gli impegni familiari e, in alcuni casi, a causa delle norme culturali che limitano la loro partecipazione a luoghi frequentati solo da uomini.

In passato, gli antropologi hanno avanzato proposte per affrontare queste sfide, come quella di Franz Boas che ha proposto un programma antropologico inserito nell’ideologia americana di interazione e integrazione tra culture e razze. Il maggior contributo di Boas all’antropologia è stato il suo rifiuto delle teorie evoluzioniste del primo periodo, che proponevano uno sviluppo umano da forme “primitive” a forme culturalmente avanzate o “civilizzate”. Boas criticò le istituzioni scolastiche contemporanee per il loro individualismo e per la promozione della conformità culturale anziché il riconoscimento e il valore delle diverse culture presenti sul territorio americano.

Negli anni ’60, gli antropologi iniziarono ad interessarsi ai sistemi scolastici ed educativi utilizzando metodi etnografici, sottolineando la rilevanza pratica, oltre che ideologica, della discontinuità culturale. Oggi, l’antropologia potrebbe essere un utile supporto all’interno dei contesti scolastici ed educativi per valorizzare ogni persona e migliorare il processo di integrazione, garantendo l’inclusione e il rispetto delle diverse culture presenti nella società.

Alla prossima. Federico.

  • Boas F., 1928,  Anthropology and Modern Life, New York, W.W. Norton e Company.

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